I posti più caldi nel nostro pianeta

Nella cronaca degli ultimi giorni abbiamo visto che  nell’Australia meridionale il grande caldo e il clima secco e ventoso hanno causato numerosi incendi, che hanno distrutto abitazioni e incenerito ampie porzioni di terreno.

Gli incendi stagionali sono un fenomeno tipico dell’estate,  ma gli esperti hanno fatto notare che quest’anno sono stati più frequenti e intensi del solito a causa delle temperature ben più alte  della media. Le previsioni parlano la temperatura potrebbe salire oltre i 52 °C. Nel paese la temperatura più alta fu registrata nel gennaio del 1960: 50,7 °C.

Su scala globale, spiega l’Economist, il mondo continua a essere un posto sempre più caldo. I 10 anni più caldi mai registrati si sono concentrati negli ultimi 15. Martedì 8 gennaio, l’America’s National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), l’agenzia federale statunitense che si occupa della meteorologia, ha annunciato che il 2012 è stato l’anno più caldo mai registrato nella storia degli Stati Uniti. La temperatura media pari a 12,9 °C è stata di 0,6 °C più alta rispetto al precedente anno più caldo, che si verificò nel 1998. Il prolungato periodo di siccità, soprattutto nel sud, ha causato seri problemi agli agricoltori e ridotto i raccolti.

20130112_wom933_0-1

 

La mappa mostra le temperature più alte registrate in superficie nel corso del Novecento (i riquadri rossi ne indicano una per ogni continente). I punti numerati mostrano, in progressione, le cinque più alte temperature massime e sono rispettivamente:

1 – Death Valley (Stati Uniti) 56,7 °C nel 1913
2 – Kebili (Tunisia) 55 °C nel 1931
3 – Tirat Tsvi (Israele) 54 °C nel 1942
4 – Moenjodaro (Pakistan) 53,5 °C nel 2011
5- Lake Havasu City (Stati Uniti) 53,3 °C nel 1994

La mappa è basata principalmente sui dati forniti dalla Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) delle Nazioni Unite e differiscono, in parte, da quelli diffusi la scorsa estate da Foreign Policy selezionati con altri criteri, e rivisti a settembre 2012 dalla OMM.

 

fonte Economist