il mito Swatch compie trent’anni

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Il primo marzo 1983, trent’anni fa, venne lanciato ufficialmente a Zurigo quella che allora era l’ultima novità dell’industria degli orologi svizzera: lo Swatch. Era l’ultimo prodotto perché il più recente, ma rischiava sul serio di essere uno degli ultimi in assoluto, perché il settore stava lentamente fallendo. La storia degli Swatch è quella di un grande ritorno sulla scena ma anche un caso esemplare di come si crea, oggi, un prodotto di successo. È una storia che ha un protagonista, «l’uomo che ha salvato l’industria degli orologi svizzera», e in cui compaiono un minerale, il Giappone e il cantante Moby.

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Poi arrivarono gli anni Sessanta e l’innovazione che rischiò di interrompere la lunga e gloriosa tradizione svizzera: l’orologio analogico al quarzo. In questo oggetto, la misura del tempo è data dalle vibrazioni – simili a quelle di un diapason – di un piccolo cristallo di quarzo, che garantisce una precisione superiore a quella di qualsiasi orologio meccanico. Gli svizzeri lavoravano da tempo a questa tecnologia ma vennero battuti sul tempo dalla giapponese Seiko, che intorno al 1970 era pronta a lanciare sul mercato di massa i nuovi orologi digitali. La seguirono altri giganti come Citizen e Casio.

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L’impero della Swatch, in accordo con le idee di Hayek, è un impero svizzero. Hayek amava la Svizzera con l’entusiasmo che a volte si trova nei cittadini acquisiti: si opponeva con tutte le sue forze al pensiero di vendere tutto e trasformarla in un paese in cui avevano sede solo le banche (che personalmente Hayek odiava, dicendo che aveva preso un prestito l’ultima volta nel 1957). E quindi, contrariamente a una delle regole base delle multinazionali di oggi – produrre ovunque costi meno – il nucleo centrale del gruppo Swatch in tutti i settori, dalla ricerca e sviluppo alla produzione, è sempre rimasto nella zona montuosa svizzera vicino al confine con la Francia, la sede della tradizione orologiaia svizzera.

 

 

 

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