Food: i falsi miti della cucina italiana all’estero.

I menu dei ristoranti pseudo-italiani in giro per il mondo abbondano di specialità a noi del tutto sconosciute, come le fettuccine Alfredo o la Pepperoni Pizza

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Pizza “Pepperoni”

“Buongiorno, vorrei un piatto di fettuccine Alfredo”. Immaginatevi l’espressione sbigottita della vostra cameriera di fiducia mentre tenta di decifrare l’ordine del turista americano appena giunto in trattoria, con tanto di immancabile camicia sbottonata e canottiera in vista. E ora, immaginatevi l’espressione del suddetto turista mentre la suddetta cameriera tenta di spiegargli che nessuno in Italia conosce le fettuccine Alfredo e che il suo ristorante tricolore preferito suMulberry Street, evidentemente, lo ha preso in giro per anni. Sono tante le leggende metropolitane (o forse sarebbe meglio dire i grandi falsi) di cui lacucina italiana è protagonista/vittima in giro per il mondo. Piatti che fanno esplicito riferimento alla nostra tradizione, nel nome o negli ingredienti, ma che in realtà hanno poco o nulla a che vedere con le vere specialità del made in Italy.

Le già citate fettuccine Alfredo ne sono un esempio lampante. Regine onnipresenti dei menu delle tavole calde italo-americane, possono vantare persino una propria voce sulla versione inglese di Wikipedia (con tanto di storia ufficiale della genesi del piatto, rivendicata con orgoglio dal ristoranteAlfredo alla Scrofa di Roma). Ma che cosa sono nel dettaglio? Trattasi di fettuccine all’uovo, mantecate con burro e Parmigiano Reggiano. Una sorta dicacio-e-pepe-senza-pepe o di cremosa pasta in bianco, potrebbe obiettare qualcuno. Fatto sta che – Alfredo e parenti esclusi – nessuno in Italia conosce questa ricetta.

Situazione analoga per alcune ricette tipiche soltanto di alcune regioni, ritenute però all’estero un vero e proprio simbolo nazionale (e regolarmente travisate). Come gli spaghetti with meatballs, ovvero spaghetti con polpette – che il più delle volte diventano polpette con spaghetti di contorno. C’è chi dice che dietro la diffusione di questo mito culinario ci sia lo zampino, pardon, la zampa diLilly e il Vagabondo (ricordate la romantica scena al ristorante del film Disney?) e chi invece sostiene si tratti di una tradizione portata dai nostri antenati meridionali migrati oltreoceano (spiegata in questo articolo di Vanity Fair). Eppure tra i piatti più diffusi della cucina italiana non c’è proprio spazio per polpette giganti fritte e adagiate su pasta al sugo. Così come non trovano spazio le varie declinazioni di spaghetti Bolognesa-Bolognesi-Bolognaise-etc(parenti neanche troppo stretti di quelli al ragù, spesso con cascate mai richieste di prezzemolo a crudo) o le improbabili versioni della Carbonara a base di panna, bacon, yogurt e aglio.

Che dire, poi, della celebre Pepperoni Pizza? No, non si tratta di un eccesso di “p”, e le verdure in questo caso non c’entrano nulla. Questa presenza immancabile dei take-away a stelle e strisce altro non è che una pizza con salame, a volte addirittura preparata senza pomodoro. Una sorta di diavola bianca non piccante, insomma, spacciata per specialità nostrana. Ma è con la diffusissima Pineapple Pizza che si tocca l’apice del “tarocco culinario”: a base di ananas, completata da prosciutto cotto e salumi vari. Originale, certo, magari anche buona. Ma italiana no.

Resta poi da fare luce sull’uso indiscriminato, del tutto gratuito, per nulla filologico della carne bianca. In un ristorante italo-americano è facile imbattersi in una pastasciutta al pollo o, ancora più di frequente, nella misteriosa Parmigiana di Pollo, con il petto del pennuto che usurpa il posto spettante di diritto alla melanzana. Che cosa manca, dunque, per completare questa sgrammaticata traduzione della nostra amata gastronomia? Giusto una spolverata di formaggio grattugiato sulla pasta, “come fanno sempre gli italiani”. Attenti, però: anche in questo caso non bisogna dare per scontata la (per noi) logica distinzione tra piatti a base di carne e piatti a base di pesce. Infine non ci resta che impugnare la forchetta e augurare – sorridendo – un maccheronico “Good appetite”. Anche noi italiani, in fondo, ci meritiamo il diritto di poter storpiare qualcosina.

Credits: Wired.it